giovedì 31 agosto 2017

Anne e Daniel.









Il vento si era alzato, e le onde spumose infrangevano i loro ultimi respiri contro le alte falesie del paese di Polperro, laddove il grigio uniforme del cielo copriva i passi del vecchio Daniel. La strada era leggermente in salita, e, ai lati, si alzavano le casette di mattone rosso con ampie fioriere. La primavera lentamente sbocciava in Cornovaglia, anche se, una finissima pioggerellina si era appena unita al cammino di Daniel.
Il giardino di casa era ben curato: c’erano camelie rosse, bianche magnolie e alzalee in vasi di terracotta, nel mezzo un tavolo di larice con due sedie. 
Daniel si diresse verso la sedia, posta sul lato destro, la moglie tra i fiori, li innaffiava.
“Ragazzo, ancora non vi è chiaro che mia madre non vuole che noi parliamo! Credevo di essere stata schietta, e sincera l’ultima volta! Mi dispiace, ma ora lei dovrà andar via, perché ho appuntamento con delle mie amiche, è l’ora del nostro thè bianco” disse la moglie, mentre, di schiena, continuava ad annaffiare i suoi fiori.
Daniel ascoltò in silenzio e con sorriso le parole della sua Annie.
Subito, dopo, la donna si girò con impeto verso Daniel.
“Lo so che per lei non è facile accettarlo. Ma prima lo capirà, è meglio sarà per entrambi!”
E poi la donna rivolse di nuovo lo sguardo verso i suoi fiori.
A un certo punto i vecchi occhi di Annie furono abbagliati da una forte luce dorata, la signora, con una mano, cercò di coprirsi mentre con l’altra prese l’oggetto ricoperto di terra: era un anello d’oro. La loro fede di matrimonio, andata perduta, ormai, anni or sono. Annie la prese, e si girò verso Daniel: “Questa è la nostra fede”.

A Daniel caddero delle piccole lacrime, e con una voce accorata disse: “Sì, Annie, è la nostra fede” intanto che la pioggia cadeva con maggior forza e il vento si abbassava.



Aniceto Fiorillo

Nato a Cesa nel 1979, dopo la laurea in Lettere, viaggia per l’Italia e per l’Europa sia per piacere ma soprattutto alla ricerca di un qualsiasi lavoro che gli permetta di scrivere senza pensieri: a Brussel, incontra il Pilota e la sua comunità di brasiliani belgi, imparando l’inglese e il francese perché vuol sentirsi cittadino europeo ma il grigio del cielo belga lo rende triste e scappa verso il mare dell’isola di Malta. Qui si imbatte in una dozzina di russi che contrabbandano in diamanti e che decidono di scassarlo (picchiare una persona fino a ridurlo in fin di vita), e mentre tenta di sfuggire agli ex bolscevichi, incontra una bellissima sudtirolese che lo conduce a Bolzano dove si impegna nell’insegnamento e nel cercare di farsi una famiglia con relativa prole. Ma il Signore per lui ha in serbo altri piani! Ritorna a Napoli dove gestisce una libreria, naturalmente abusiva; finché, un giorno, di inverno, e di forte vento, non giunge la Finanza che gli intima di chiudere in blocco l’attività. Non si perde d’animo e con tanta voglia e molti denari sceglie la città di Roma come sua nuova sposa. Qui a Roma conosce la solitudine,il lavoro, l’amore, e poi, il vento lo riporta a Napoli centro. Ora è facile incontrarlo, di mattina, al Caffè del Duomo, prima che vada a scuola.


Autore di Kilometro zero 
https://www.amazon.it/Kilometro-Zero-Aniceto-Fiorillo-ebook/dp/B01N8XRSM9

e dei suddetti Racconti disaccordati.




Kilometro zero presso il "Festival Leggendo ancora insieme" Oristano, Sardegna.

mercoledì 16 agosto 2017

Garbatella metrò.










L’arsura era alta, e il suono delle cicale costante come le lamentele della sora Maria che gestiva il BarGarb con l'aiuto di Lin Gin sulla circonvallazione Ostiense, a cinquanta metri e poi tutto a sinistra per metro Garbatella. Era una mattina di luglio, e il caldo traboccava anche dai condizionatori della Mitsubishi.
“Annarì, cosa? Ma si sapeva! Quello è un pezzo grosso della Fao, se la ingroppava da tempo!” disse l’uomo.
Era basso, indossava un bermuda grigio e una camicia a mezze maniche, di cotone scadente, e avrebbe toccato a breve il sessantaseiesimo anno di età.
“Come dici? Angioletto? Lassamo perde’.  Mi ha svegliato alle 6.00, già non avevo dormito per il caldo e sai che me voleva di’? Che aveva superato il livello 3 di Assassin Creed, un gioco alla play station!”
Parlava al telefono, con voce rotta dalle rotture della vita quotidiana, seduto fuori dal Bar della sora Maria mentre sulla circonvallazione il traffico procedeva in maniera regolare.
“Quello me sta a ammazzà , nun je la faccio più.  So’ diventato suo prigioniero! Tu te ne sei andata in montagna! E te sei liberata!”
Frattanto il suo cappellino di paglia si abbassava sul viso smunto e mal rasato, coprendogli la fronte, ma non l’occhio sinistro che pesantemente tendeva allo strabismo.
“’Sti  quattro giorni che me rimangono, li vojo vive’ come Dio comanna, in pratica, Annarì, senza rotture di cazzo. A settembre, con questo dobbiamo fa’ qualcosa! Eccolo, sta a arriva’. Ti lascio, nun me vojo fa vede’ (vedere)!”
E repentinamente nascose il telefono nella tasca destra del suo bermuda.

Angioletto era un ragazzo alto come un palo della luce e largo come una porta di calcio, aveva 17 anni, ma ne dimostrava almeno 25. Vestiva un completo dei Golden State Warriors, e portava a tracolla un marsupio nero della Zeven. Si sedette, avvolto da un sudore pregnante.
“A papà, che te sei magnato?” disse l’Angioletto.
“Un cornetto e un succo.”
“‘Mo chiamo er cinese e je dico de portamme du’ maritozzi (dolce romano), con cioccolata bianca e nera. Un succo de frutta e un cappuccino.”
“Ammazza… Me cojoni… nun te li fa’ porta’, Angiole".
“A papà, c’ho ‘na fame”.
C’erano tre tavolini e nove sedie, e Lin Gin, cinese della città di Shengen, girava per i tavoli, arrecando un servizio cortese e preciso agli avventori, mentre la sora Maria serviva al bancone.
“Ahó, Gin tonic! Vieni qua e portame un po’ de cose!”
“Ti avere detto che mio nome non è Gin Tonic, è Lin Gin” con un accento in cui tutte le “r” si trasformavano in l
“Ahó, sempre du’ maritozzi me devi portà ! Con un succo, e un cappuccino, con molto cacao” e nel momento in cui lo diceva, improvvisava, da seduto, un balletto rap.
E Lin Gin si allontanava, borbottando qualcosa nella sua lingua nativa.
“A papà, hai visto mamma se ne è annata in montagna! Quella c’ha lasciato, te lo dice l’Angioletto”.
“Doveva annà  dalla sorella!” disse il padre.
 “A papà, se ne dovemo annà (andare) ad Anzio. Quattro giorni, pensione completa cucina mediterranea, il cuoco è di Sorrento”.
Il padre lo ascoltava in silenzio, muovendo in continuazione l’occhio sinistro che tendeva sempre di più allo strabismo acuto.
“A papà, se magna  che è ‘na  favola! …me devi solo da’ ‘a carta de credito!”
All’improvviso sulla circonvallazione, proprio adiacente al bar, si arrestò un Suv nero, da cui uscirono due tipi. Alti, calvi, e parecchio incazzati.
“Ti chiami Angioletto” gli disse il più alto, mentre il basso stava leggermente indietro e in silenzio.
Con un sì convinto gli rispose Angioletto.
“Bravo” gli rispose il tipo e gli diede un destro a mano aperta.
E il botto fece girare, di scatto, i cinque vecchietti che erano seduti fuori dal bar, mentre parlavano di Naiggolan e del suo nuovo contratto. E il viso di Angioletto ruotò, in senso orario, di 180 gradi.
“E mo’, vieni con noi” disse il tipo.
“E perché?”
“Perché, sei uno stronzo.”
E con la mano destra, sempre aperta, gli fece saltare l’altra gota, quella sinistra.
“E questo chi è?”
“È mi’ padre”.
“Viene anche lui”.

Erano in uno stanzino, seminterrato, di quaranta metri quadri, e da una piccola finestrina entrava un filo di luce, molto fioco. Si ascoltava Julio Iglesias, “Baillando.”
“E allora, voi parla’? (parlare)”
Il volto di Angioletto era tumefatto
“Ma che te devo dì?” disse Angioletto.
“Io ‘sta Arianna nun la conosco. Nun l’ho mai vista!”
Il più alto aveva preso in cura Angioletto, mentre il più basso, a buon ritmo, e con grande perizia, ballava, e cantava il pezzo di Iglesias, dopo aver preparato un buon caffè.
“Come nun la conosci, che la facevi batte’ alle Terme di Caracalla! E lo sai chi è Arianna? È la figlia der Ghepardo, e Ghepardo è parecchio incazzato, e dice che ‘sta (questa) situazione si deve risolve’  solo cor sangue. E cor sangue tuo!”
“A papà, li vedi questi?”
“Angioletto, tieni duro” gli rispose il padre.
“Brutto sacco de merda” gli disse il tipo, e nel mentre gli mollava un dritto sul viso, nello stesso tempo, lentamente, la sedia si ribaltava e l’Angioletto, con un movimento strano delle natiche, sfondava il pantalone, e si schiantava con il viso a terra e con le chiappe, senza mutande, proprio di fronte il volto del suo persecutore.
“Che schifo!” gridò il suo aguzzino.
“Me so’ proprio scocciato, prendiamo ‘na tenaglia,  gli tolgo le unghie del piede, una a una.”
“No ‘a tenaglia, no!” gridava l’Angioletto.
E mentre si allontanava per prendere la tenaglia, gli diceva: “E quanto ci guadagnavi?”
“Ma che stai a dì?” rispose l’Angioletto.
“Ma come che sto a dì, ti vantavi anche di avere le mignotte più fresche di Roma sud! E mo’ che fai, te rinneghi tutto? Ma che omo(uomo) sei?”
“Ma quali mignotte, nun l’ho mai viste”.
Il padre sorseggiava un caffe, e di tanto in tanto diceva: “Ah regà, non fategli troppo male” e Despacito copriva le urla e i pianti di Angioletto.
Si sentì lo squillo del cellulare, il ballerino abbassò il volume dell’impianto stereo, e rispose.
“L’avete preso? E ‘sti due? Nun so’ loro? Ho capito...”
“Abbiamo sbagliato. Somigliava al panzone. Ma nun so’ loro.”
“L’ho sempre pensato, anvedi che viso da coglione si ritrova  Angioletto” disse il suo aguzzino.
“Adesso se ne dovemo anna’, perché er Ghepardo dice che ce dobbiamo vede’ tra un quarto d’ora a Laurentina - disse il ballerino - e questi li lasciamo qua?”
“Tanto mica parlano! Ahó, le vedete ‘ste facce? Be, mo’ ve le dovete dimentica’. È chiaro?” disse l’aguzzino.
“E chi v’ha visto mai” rispose il padre dell’Angioletto.





Dopo tre giorni e con qualche centinaio di lividi mancanti, l’Angioletto e il padre accompagnati da due trolley di color bianco si dirigevano verso metro Garbatella per prendere il treno in direzione Anzio.
Arrivarono a Marechiaro verso le 12. Il sole era alto e picchiava forte. I due si avviarono per la discesa che era coperta dall’ombra dei giganteschi pini marini.
Ormai, erano trascorse ore e la canicola diventava sempre più asfissiante.
“A papà, vieni che lo troviamo!”
“Angiolè, ma che voi trova’! Stamo a gira’ da tre ore!”
Erano seduti su un masso di cemento, e di fronte avevano il mare di Anzio, avvolto dalla bonaccia di fine Luglio.
“Te sei fatto frega, nun ce sta nessuna cucina mediterranea... A via dei Gerani 345 c’è soltanto ‘na mignotta nera, e un tipo che se la vuole ingroppa.Sto Hotel Mediterraneo, nemmeno l’ombra” e dopo aver detto ciò, si alzò e si diresse verso la stazione ferroviaria.
“Angiole’, sei proprio ‘na’marezza! Vedi ‘n’attimo a che ora passa il prossimo treno pe’ Roma.”
Anche l’Angioletto si alzò e si mise sulla scia del padre.
“E se facciamo in tempo, ce magnamo ‘na carbonara dar Sor Remo” - disse il padre - “almeno sarvamo quarcosa.”
I due si avviarono  e nel frattempo Angioletto continuava a farfugliare  altre  vaccate.


Aniceto Fiorillo

Nato a Cesa nel 1979, dopo la laurea in Lettere, viaggia per l’Italia e per l’Europa sia per piacere ma soprattutto alla ricerca di un qualsiasi lavoro che gli permetta di scrivere senza pensieri: a Brussel, incontra il Pilota e la sua comunità di brasiliani belgi, imparando l’inglese e il francese perché vuol sentirsi cittadino europeo ma il grigio del cielo belga lo rende triste e scappa verso il mare dell’isola di Malta. Qui si imbatte in una dozzina di russi che contrabbandano in diamanti e che decidono di scassarlo (picchiare una persona fino a ridurlo in fin di vita), e mentre tenta di sfuggire agli ex bolscevichi, incontra una bellissima sudtirolese che lo conduce a Bolzano dove si impegna nell’insegnamento e nel cercare di farsi una famiglia con relativa prole. Ma il Signore per lui ha in serbo altri piani! Ritorna a Napoli dove gestisce una libreria, naturalmente abusiva; finché, un giorno, di inverno, e di forte vento, non giunge la Finanza che gli intima di chiudere in blocco l’attività. Non si perde d’animo e con tanta voglia e molti denari sceglie la città di Roma come sua nuova sposa. Qui a Roma conosce la solitudine,il lavoro, l’amore, e poi, il vento lo riporta a Napoli centro. Ora è facile incontrarlo, di mattina, al Caffè del Duomo, prima che vada a scuola.




Autore di Kilometro zero
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giovedì 3 agosto 2017

Amore reciproco.






Vivevano in un piccolo appartamento in periferia; vivevano da soli, lui e la madre, gli altri fratelli si erano sposati e soltanto di rado venivano a trovarli, con il tempo il di rado si trasformò in mai. La mamma aveva sessantotto anni, da poco aveva subito un trapianto e portava sulle spalle anche altri fardelli dovuti al percorso della vita. Gianluca e io eravamo amici di infanzia, uniti da eventi e da ricordi; anche se, poi, le strade si allontanano, vi saranno sempre dei momenti duranti i quali penserai che Gianluca è il tuo migliore amico, perché è così. Quando tornavo giù al paese e lo rivedevo, mi veniva da piangere, con il tempo andava peggiorando e quasi non ti riconosceva. Quando gli allungavi la mano per stringere la sua, di mano, indietreggiava per paura che gli potessi fare qualcosa. Aveva un gran pancione, accenni di capelli bianchi ai lati, uno sguardo che cadeva nel vuoto e accendeva sigarette in continuazione. Era andato sotto e non si era ripreso più, aveva incominciato con le canne e poi era passato all’eroina, la fumava e in seguito i psicofarmaci lo avrebbero condotto allo stato attuale. A volte mi soffermavo a guardalo da lontano quando usciva con la madre e ritornavano a casa con le buste della spesa, le portava sempre lui non voleva che la mamma si affaticasse e in quei momenti in cui passeggiava si riaccendeva quella luce negli occhi che mi diceva:  il mio  amico ancora non era morto. 
Era gelosissimo della mamma, talvolta, si frapponeva tra le persone e la madre come se fosse il suo scudo; era l’unica persona che gli era rimasta, era da capirlo. La aiutava nelle commissioni, nei servizi a casa: il ragazzo rassettava, puliva, mentre la madre riposava per la stanchezza e poi, quando la mamma cucinava, lui si lamentava perché il sale non era giusto e la madre gli diceva che il sale faceva male. Vivevano in perfetta simbiosi, in un bisogno continuo l’uno dell’altro. Andavano spesso in ospedale, non avendo la macchina, utilizzavano i mezzi pubblici; quaranta minuti all' andata e altri quaranta al ritorno, e poi le file interminabili per entrare, e il nervosismo crescente di Gianluca, incominciava a capire che, forse, per la madre non vi erano più speranze. E una mattina la mamma non aprì più gli occhi, li chiuse per sempre e lui si trovò solo con la sua pazzia. Abbracciò la madre e la strinse come non aveva mai fatto con nessuno. Li trovarono dopo una settimana, entrambi morti, abbracciati come solo madre e figlio possono essere abbracciati.



Aniceto Fiorillo

Nato a Cesa nel 1979, dopo la laurea in Lettere, viaggia per l’Italia e per l’Europa sia per piacere ma soprattutto alla ricerca di un qualsiasi lavoro che gli permetta di scrivere senza pensieri: a Brussel, incontra il Pilota e la sua comunità di brasiliani belgi, imparando l’inglese e il francese perché vuol sentirsi cittadino europeo ma il grigio del cielo belga lo rende triste e scappa verso il mare dell’isola di Malta. Qui si imbatte in una dozzina di russi che contrabbandano in diamanti e che decidono di scassarlo (picchiare una persona fino a ridurlo in fin di vita), e mentre tenta di sfuggire agli ex bolscevichi, incontra una bellissima sudtirolese che lo conduce a Bolzano dove si impegna nell’insegnamento e nel cercare di farsi una famiglia con relativa prole. Ma il Signore per lui ha in serbo altri piani! Ritorna a Napoli dove gestisce una libreria, naturalmente abusiva; finché, un giorno, di inverno, e di forte vento, non giunge la Finanza che gli intima di chiudere in blocco l’attività. Non si perde d’animo e con tanta voglia e molti denari sceglie la città di Roma come sua nuova sposa. Qui a Roma conosce la solitudine,il lavoro, l’amore, e poi, il vento lo riporta a Napoli centro. Ora è facile incontrarlo, di mattina, al Caffè del Duomo, prima che vada a scuola.


Autore di Kilometro zero 

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giovedì 20 luglio 2017

Italia vs Albania.










“Che goal stupendo! Il mio Brasile!” E poi si mise a ballare la samba il buon Pedrinho, almeno penso. Ciò era quello che vidi, quando entrai in classe e appoggiai il mio zaino sulla cattedra. “La Germania vi rompe il culo” disse Kus rivolgendosi a Pedrinho. C’erano molti assenti, appena dodici i ragazzi in aula. Ed erano disposti a ferro di cavallo, le finestre  spalancate, e sulla classe batteva un sole forte, ed entrava l’aria calda di fine maggio che incominciava a soffocarci. Ai lati opposti si trovavano i due ragazzi: Kus, composto e seduto nei banchi, mentre Pedrinho all’impiedi. Al centro tre ragazze impegnate a incipriarsi e curarsi le mani. Gli altri in maniera anonima abitavano lo spazio.
“Ma che parli? Ma quale Germania? Noi siamo il Brasile e poi tu non sei albanese? Che hai cambiato nazionalità?” disse Pedrinho. Kus si sedette al suo posto, in silenzio, l’Albania nemmeno si era qualificata al mondiale. 
Pedrinho aveva centrato l’obiettivo,  era il 2014 e il mondiale si sarebbe svolto in Brasile.

Noi eravamo giunti alle ultime battute dell’anno scolastico, e delle tre prime che avevo quell’anno, la I A, più delle altre due classi poteva definirsi una classe multiculturale. Eravamo in una scuola alberghiera: brasiliani, rom, albanesi, indiani, e marocchini, a cui cercavo di "imparare" l’italiano. 

Avevo assistito alla discussione senza proferire parola, anche a me piaceva il calcio e i miei allievi lo sapevano bene.
 “Chiediamo al professore, chi vincerà il mondiale!” disse Pedrinho.
“Ragazzi, ma che chiediamo! Qua manca meno di una settimana, e devo ancora interrogare una dozzina di voi!”
“Prof., solo una domanda” disse Kus.
“Prof., chi vede bene per il mondiale?” disse Pedrinho.
“Vedo bene l’Italia, con Balotelli davanti: non ce n’è per nessuno!”
“Sì professore, abbiamo una bella squadra, li battiamo gli spocchiosi dei brasiliani!” facendo il verso a Pedrinho.  E poi si alzò e si diresse verso la mia cattedra. Aveva ripreso forza, Kus.
“Ma che ora sei diventato anche italiano?” chiese Pedrinho.
“Io sono albanese, ma sono cresciuto in Italia, e faccio il tifo per l’Italia! Che hai qualche problema?”
“Io nessuno, tanto Germania e Italia, per noi non fa nessuna differenza. Noi siamo il Brasile! In quel momento mi rivolsi verso Kus, e gli dissi: “Mettiamo caso che nel 2018, al mondiale, vi sia ai quarti di finale Italia vs Albania, tu per chi tiferai?”
Lui, senza pensarci due secondi, mi disse: “Albania.” 
Mentre si allontanava da me, mi disse sottovoce: “ Un poco ma solo un poco, tiferei anche per l’Italia” e poi sorrise. 
E noi iniziammo la lezione.


Aniceto Fiorillo

Nato a Cesa nel 1979, dopo la laurea in Lettere, viaggia per l’Italia e per l’Europa sia per piacere ma soprattutto alla ricerca di un qualsiasi lavoro che gli permetta di scrivere senza pensieri: a Brussel, incontra il Pilota e la sua comunità di brasiliani belgi, imparando l’inglese e il francese perché vuol sentirsi cittadino europeo ma il grigio del cielo belga lo rende triste e scappa verso il mare dell’isola di Malta. Qui si imbatte in una dozzina di russi che contrabbandano in diamanti e che decidono di scassarlo (picchiare una persona fino a ridurlo in fin di vita), e mentre tenta di sfuggire agli ex bolscevichi, incontra una bellissima sudtirolese che lo conduce a Bolzano dove si impegna nell’insegnamento e nel cercare di farsi una famiglia con relativa prole. Ma il Signore per lui ha in serbo altri piani! Ritorna a Napoli dove gestisce una libreria, naturalmente abusiva; finché, un giorno, di inverno, e di forte vento, non giunge la Finanza che gli intima di chiudere in blocco l’attività. Non si perde d’animo e con tanta voglia e molti denari sceglie la città di Roma come sua nuova sposa. Qui a Roma conosce la solitudine,il lavoro, l’amore, e poi, il vento lo riporta a Napoli centro. Ora è facile incontrarlo, di mattina, al Caffè del Duomo, prima che vada a scuola.


Autore di Kilometro zero 
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e dei suddetti Racconti disaccordati.






martedì 11 luglio 2017

“Papà, sei il mio eroe!”









Il vento sferzava i pini marini che, da ambo i lati, accompagnavano via Maia, la lunga salita che, dalla scuola media, ti conduceva alla ferrovia del paese; lo scalpiccio dei passi di Marco era costante, appena uscito dalla scuola il ragazzino si dirigeva in stazione. Era il primo pomeriggio di un febbraio, e il suono della risacca giungeva fino alla parte alta del paese. L’estate era soltanto un ricordo latente che si perdeva tra gli ombrelloni dei bar, colpiti dalle folate di venti gelidi. Il piccolino aveva una andatura veloce ma sghemba, la cartella era semi aperta, e dalla maglietta fuoriusciva una piccola canottiera bianca. 
"Ehi Marco, dove vai?" gli disse il marmocchio.
"Vado in stazione, arriva mio padre da Roma. Andiamo a Napoli a vedere la Città della Scienza - portava degli occhiali da vista non spessi,  - così, farò una grande ricerca  e la professoressa finirà di mettermi i suoi quattro".

Il marmocchio era Mouthaib. Un piccolo marocchino dalla carnagione olivastra che frequentava la classe seconda della scuola media insieme a Marco. Aveva tra le mani una coca-cola cherry e dai vetri del bar di Lorena aveva intravisto la sagoma del suo amico di scuola ed era uscito.
" Mi raccomando fai delle foto, che poi le vediamo a scuola" 
"D’accordo" rispose Marco. 
"Ehi ragazzino, la chiudi questa porta! Che fa un freddo boia! - gli urlò Lorena che poi  si rivolse al padre - ehi  invece di bere, gli dici qualcosa a tuo figlio! Gli dici di chiudere la porta!"
Lorena era la proprietaria del bar, una donna minuta, dai capelli rossicci e dallo sguardo spiritato.
"Mathouibi, vieni qua. Che adesso andiamo" disse il padre.
Il padre di Mathouibi era seduto al tavolo con altri amici,  fumando  Lucky strike .
"Ok, adesso devo andare via. Ci vediamo lunedì" disse Mathouibi.
"A lunedì" disse Marco.

La salita era quasi terminata e la voce poco stentorea dell’altoparlante della ferrovia annunciava che a breve sarebbe arrivato il treno da Roma. Dopo aver ascoltato l’annuncio, preso da un gioia sovrumana Marco corse di getto e si alzò verso il cielo plumbeo, urlando: "Arriva papà!"
Il padre di Marco non era alto, e nemmeno bello e viaggiava verso il trentacinquesimo anno di età. Quando scese dal treno indossava un giubbotto di pelle, jeans stretti e portava al collo un massiccio collier d’argento. Si abbracciarono e poi il padre gli disse: "Ecco il mio uomo". 
"Sei andato dai nonni?" disse il padre, accendendosi una sigaretta.
"Papà, mi hanno detto che non ti vogliono vedere. Mi hanno dato le chiavi della macchina, solo perchè dobbiamo andare alla Città della Scienza - mentre parlava gli occhiali gli cadevano dal piccolo naso all’insù e si appoggiavano sui suoi lineamenti gentili -  sennò con il piffero che te le avrebbero date".
"Pezzenti! - fumava in maniera nervosa -  che andassero a fanculo!  E  la macchina?" 
"L’hanno parcheggiata fuori dal lido Tritone. Nonno, ha fatto anche il pieno" disse Marco e nel frattempo con la mano destra si alzava gli occhiali  scivolati giù.
"Come stanno?"
"Bene,  spesso  andiamo con nonno allo Scoglione, portiamo Marc a passeggiare e poi giochiamo sulla spiaggia a calcio. La nonna ci aspetta a casa e  a volte prepara la pastiera. Papà, una delizia!"
"Lo so. Chi è Marc?"
"Il nuovo cane del nonno".
"L’ho sempre detto che quel vecchio vuole bene più agli animali che alle persone - buttò a terra il mozzicone di sigaretta.  
Arrivarono al bar di Lorena,  si sedettero mentre una fiumana di fumo li inondava.
"Cazzo, ti ho detto che  quando vai in bagno, la devi smettere di pisciare a terra.  Fanculo ad Algeri!" disse Lorena, rivolgendosi all’algerino che era appena uscito dal bagno.
"Sempre nervosa" disse l’algerino.
La voce di Lorena era stridula e fastidiosa. Il suo bar non era grande, misurava una ventina di metri quadri dove convivevano macchinette elettroniche da poker con tavoli rossi di plastica.
"Ehi ciao Gianni! Hai fatto bene - era bella agitata e parlva senza pause,  ad andare via da questo posto di merda. Almeno nella capitale ti divertirei.  Due cioccolate calde?"
"Grazie!"

Il padre di Marco, Gianni, dopo il matrimonio fallito, aveva lasciato il paese per Roma, sia per non vedere più la sua ex moglie che per costruirsi una nuova vita. Aveva preso in gestione un locale notturno ma la polizia glielo aveva chiuso per favoreggiamento alla prostituzione.  
"E tua madre che dice?" disse il padre rivolgendosi al ragazzino.
"Adesso sta con un dottore, uno stronzo. L’altra volta gli ho bucato le ruote. Papà, voglio stare con te".
"E perchè gli hai bucato le ruote?"
"Aveva detto che eri uno sfigato. Perché non hai un lavoro, e non passi i soldi a mamma".
Si erano seduti al tavolo che traballava fastidiosamente e Lorena gli aveva portato  le due cioccolate calde. 
"Tutte balle. Hai fatto bene a bucargli le ruote" .
"Papà, lo so".
Il padre con lentezza aveva incominciato ad assaporare la cioccolata. 
"Alla città della Scienza hanno aperto una nuova sezione che si chiama corporea. E lo sai che fanno?" disse il padre.
"No" .
"Un viaggio virtuale nel corpo umano, e così la prof. di Scienze la mandiamo a cacare!" 
"Sì, papà, quella è un’altra che sa tutto lei".
Uscirono dal bar e nel contempo incominciò a piovigginare.
"Che ne diresti di fare una bella corsa fino alla macchina? Vediamo chi arriva prima!" disse il padre verso il piccolo.
"Papà,  ci sto!"

La strada era completamente in discesa, ai lati le case disabitate dei villeggianti mentre sull’orizzonte lontano si stagliava il color blu-scuro di un mare in profondo subbuglio.
Gianni aveva preso un leggero vantaggio,  il bambino indietro, dalla cartella semi aperta fuoriuscì un libro che cadde a terra. Marco se ne accorse.
Ed esclamò: "Adesso chi la sente mamma!"
Si fermò, indietreggiò, e lo prese. Poi ripartì ma ormai il padre era giunto.  Gianni lo aspettava alla macchina e  quando Marco arrivò,  si tuffò tra le sue braccia.
" Il mio campione!" disse il padre.
La macchina era una Punto, bianca. Anno 2008. Non messa male. Accese il motore e partirono.
"Ehi, allora stai vedendo le partite?"
 "Certo papà, stiamo andando alla grande".
Imboccarono la provinciale che li avrebbe condotti a scalo di Lavinio, la pioggia si era fatta più insistente  e si erano create delle pozzanghere dovute sia all’acqua piovana che alle numerose buche del manto stradale dissestato.
"Il mio giocatore preferito è diventato Salah!"
"Ma non era Totti, prima?"
" Totti è diventato vecchio, e non gioca quasi mai, invece, l’egiziano è una scheggia! "
"Si, ho capito. Ma allora sei un traditore?"
"No, perché?"
"Semplice, se  Totti è il tuo giocatore preferito, allora lo deve essere per sempre. Non lo devi  scaricare! Farai così anche con me? Mi tradisci con un nuovo papà? Pensa al dottore, al nuovo compagno di tua madre: fra un paio d’anni  mi dici, papà, questo è il mio nuovo papà. Non va bene mica".
Marco non rispose, ascoltò in silenzio.
Arrivarono nei pressi di un grande supermercato: parcheggiarono l’auto nell’affollato spazio mentre il padre si apprestava a uscire dall’abitacolo.
"Papà,  sei il mio eroe" disse il ragazzino.
"Sì, lo so".
Erano le quattro del pomeriggio. Non era grande il supermercato, ed era ora di punta. Non avrebbe mai fatto del male a nessuno, specialmente a dei bambini ma in cuor suo non avrebbe mai deluso il proprio, di bambino. Aveva indossato un passamontagna, le labbra erano esangui, e teneva tra le mani tremolanti una Colt-pythom. Si diresse alla cassa tre con  velocità,  puntò la Colt in faccia al giovane cassiere, che, senza nessuna resistenza, gli consegnò i millenovecentosessanta euro. Era convinto, l'avrebbe sfangata! Sarebbero andati a Napoli e avrebbero mangiato la pizza a Mergellina.  
Sull’orbita dell’uscita trovò due agenti in borghese, gli urlarono di buttare giù la pistola. Non oppose resistenza, i poliziotti lo ammanettarono frattanto il piccolo, in macchina, giocava col cellulare e pensava alla Città della Scienza.



Aniceto Fiorillo
Nato a Cesa nel 1979, dopo la laurea in Lettere, viaggia per l’Italia e per l’Europa sia per piacere ma soprattutto alla ricerca di un qualsiasi lavoro che gli permetta di scrivere senza pensieri: a Brussel, incontra il Pilota e la sua comunità di brasiliani belgi, imparando l’inglese e il francese perché vuol sentirsi cittadino europeo ma il grigio del cielo belga lo rende triste e scappa verso il mare dell’isola di Malta. Qui si imbatte in una dozzina di russi che contrabbandano in diamanti e che decidono di scassarlo (picchiare una persona fino a ridurlo in fin di vita), e mentre tenta di sfuggire agli ex bolscevichi, incontra una bellissima sudtirolese che lo conduce a Bolzano dove si impegna nell’insegnamento e nel cercare di farsi una famiglia con relativa prole. Ma il Signore per lui ha in serbo altri piani! Ritorna a Napoli dove gestisce una libreria, naturalmente abusiva; finché, un giorno, di inverno, e di forte vento, non giunge la Finanza che gli intima di chiudere in blocco l’attività. Non si perde d’animo e con tanta voglia e molti denari sceglie la città di Roma come sua nuova sposa. Qui a Roma conosce la solitudine,il lavoro, l’amore, e poi, il vento lo riporta a Napoli centro. Ora è facile incontrarlo, di mattina, al Caffè del Duomo, prima che vada a scuola.
Autore di Kilometro zero
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 e dei suddetti Racconti disaccordati.





- La signora Nunzia racconta il Signore Antimo -

  Era il 1990 e si svolgevano i mondiali di calcio in Italia, e io ero innamorato degli azzurri. In quel periodo dormivo a casa di mia nonna...

Italia vs Albania