venerdì 27 aprile 2018

Mio fratello, Manuel.



Mio fratello, Manuel.

Ero appena uscita di scuola, e il vento incominciava ad alzarsi mentre le foglie ricoprivano i marciapiedi. Camminavo velocemente, quando si arrestò una macchina davanti a me, impaurita; si aprì la portiera posteriore, vidi che all’interno dell’abitacolo c’erano tre ragazzi giovani, non avrebbero avuto più di vent’anni.
“Falla entrare, prendila” urlava il ragazzo che guidava.
“Facciamo presto” rispondeva l’altro che era al fianco del guidatore.
Il terzo, seduto dietro, scese dalla macchina e con i capelli mi trascinava dentro. Tremavo come non avrei mai pensato che si potesse tremare. Sentii i passi di una persona, e poi la sua voce: era mio fratello, Manuel. Mio fratello lo prese a calci, lui lasciò i capelli, si rituffò in macchina e da lì sparirono, non li vidi più. Poi, Manuel mi abbracciò. Camminammo fino a casa e nel mentre  mi disse “Chissà come sarebbe stata la nostra vita con Mamma? Non seppi rispondergli. Mamma se n’era andata troppo presto, a volte il suo viso scompariva dai miei ricordi e dovevo rituffarmi nelle foto per riacciuffare momenti ormai trascorsi, e ricordarmi dei suoi particolari. Forse, sarebbe stata una vita differente. Oramai tempo ne 
era passato, e Manuel era andato via all’ennesima sfuriata di mio padre, di lì a poco avrebbe compiuto ventiquattro  anni. Dopo un po’ anch’io andai via di casa, mi sposai ed ebbi due bambini, ma il suo viso mi ha sempre accompagnato in tutto, quasi a diventare una delle mie ossessioni notturne più ricorrenti. Lo avevo ricercato in maniera incessante ma nessuno seppe mai dirmi un qualcosa che potesse dar forza alle mie speranze. Volatilizzato come non saprei dire.

Una sera trasmettevano uno speciale sui Clochard in tv. Erano le nove, e avevo messo a letto i  miei figli, aspettando mio marito. Finchè non rividi solo per un istante il volto di mio fratello. L’avevo ritrovato, per anni avevamo vissuto nella stessa città senza nessun punto d’incontro.

Non aveva una casa, i capelli erano radi, il volto stanco ma gli occhi erano sempre di un vivido azzurro come quella giornata in cui il vento scese e le foglie coprirono i marciapiedi. Parlammo e ci commuovemmo entrambi, raccontandoci ciò che avevamo condiviso e ciò che avevamo vissuto da separati. Alla fine lo portai via con me, donandogli ciò che lui, anni prima, aveva donato a me.



 Aniceto Fiorillo


Nato a Cesa nel 1979, dopo la laurea in Lettere, viaggia per l’Italia e per l’Europa sia per piacere ma soprattutto alla ricerca di un qualsiasi lavoro che gli permetta di scrivere senza pensieri: a Brussel, incontra il Pilota e la sua comunità di brasiliani belgi, imparando l’inglese e il francese perché vuol sentirsi cittadino europeo ma il grigio del cielo belga lo rende triste e scappa verso il mare dell’isola di Malta. Qui si imbatte in una dozzina di russi che contrabbandano in diamanti e che decidono di scassarlo (picchiare una persona fino a ridurlo in fin di vita), e mentre tenta di sfuggire agli ex bolscevichi, incontra una bellissima sudtirolese che lo conduce a Bolzano dove si impegna nell’insegnamento e nel cercare di farsi una famiglia con relativa prole. Ma il Signore per lui ha in serbo altri piani! Ritorna a Napoli dove gestisce una libreria, naturalmente abusiva; finché, un giorno, di inverno, e di forte vento, non giunge la Finanza che gli intima di chiudere in blocco l’attività. Non si perde d’animo e con tanta voglia e molti denari sceglie la città di Roma come sua nuova sposa. Qui a Roma conosce la solitudine,il lavoro, l’amore, e poi, il vento lo riporta a Napoli centro. Ora è facile incontrarlo, di mattina, al Caffè del Duomo, prima che vada a scuola.




Autore di Kilometro zero 
https://www.amazon.it/Kilometro-Zero-Aniceto-Fiorillo-ebook/dp/B01N8XRSM9

e dei suddetti Racconti disaccordati.



mercoledì 28 febbraio 2018

Roma-Fiumicino, servizio extraurbano.











“Allora, ti devo parlare in italiano? Visto che non mi capisci! Devi andare a scuola e farti interrogare in Scienze! Altrimenti, io ritorno a casa, perdo la giornata di lavoro e ti gonfio! È chiaro?” disse la signora Teresa.
Teresa, bassa e tozza, lavorava come donna delle pulizie allo “Sleep and Fly” un albergo di Fiumicino e spesso era nervosa o perché i datori di lavoro erano in ritardo con i pagamenti o perché i figli le creavano un sacco di problemi. Quella giornata era nervosa per i figli. Era un lunedì di febbraio, alquanto gelido, e quando ti alzavi dal letto portavi con te le coperte nel bagno. L’orologio faceva le 7,10 sul piazzale Eur Magliana, antistante il metrò, e i pendolari Roma-Fiumicino, infreddoliti, aspettavano il conducente per partire.
Gli ospiti consuetudinari erano Mislovacic Rado, serbo, la Signora Teresa e Gianni, Guardia Costiera, gli altri erano di giornata e spesso scendevano all’aeroporto. All’improvviso sull’autobus scese un gran silenzio, alla guida dell’autobus si ritrovava dopo mesi di assenze, Er moviola, con la sua barba da hipster e la pelata dorata, auricolare fisso e sguardo torvo. I tre, oltre a prendere ogni lunedì lo stesso autobus, avevano in comune un’altra cosa: avevano firmato e spedito una lettera di protesta nei confronti del Er moviola per i suoi numerosi ritardi accumulati nei numerosi viaggi su tale linea. Pelata dorata non l’aveva presa bene anche perché la compagnia gli aveva affidato le corse notturne e a lui giravano tanto le boccettine.
L’altra passeggera era una matta, una signora con un grande borsone che parlava sempre anche se nessun riusciva a cogliere il senso delle sue parole. Aveva dei capelli rossi increspati, e il viso rugato come un marinaio fenicio del VI secolo a.c. . Partirono alle 7,17, due minuti di ritardo, con Barba da hipster era ottimo, sarebbe potuto andare molto peggio.
L’autobus prese l’Aurelia ma da lontano si incominciò a intravedere una colonnina, che lentamente si trasformò in una grande colonna, inamovibile simile a un mulo di Pachino durante i ferragosti siciliani.
“Ahó, pregare il signore di arrivare alle 9,30 perché con Er moviola non c’è mai limite al peggio” disse il serbo.
Mislovacic portava con sé una tosse congenita dovuta al fumo e chissà a che altre cose, dei tre era l’unico tranquillo. Infatti lui era smontante, aveva lavorato in fabbrica di notte. Il serbo aveva firmato la lettera di protesta, solo perché voleva arrivare prima possibile a Ponte Galera. Niente, lo svincolo era bloccato. Un incidente tra una macchina e un camion con nessun ferito ostruiva il passaggio. Er moviola prese colore e alzò lo sguardo verso lo specchietto retrovisore per vedere le facce adirate dei suoi due amici: erano con i cellulari, chiamavano i rispettivi capi per comunicare i propri ritardi e questa volta non era colpa del Pelata, per niente.
Er moviola: “Continuiamo per l’Aurelia e al primo svincolo
usciamo e poi rientriamo a Ponte Galera.”
Alcuni turisti stranieri si alzarono per capire cosa fosse successo. Dovevano essere dei francesi o belgi, perché dal loro inglese si sentiva una leggera flessione transalpina. Ebbero l’ardire di avvicinarsi al Er moviola, e gli chiesero in inglese che cosa fosse successo.
Barba da hipster li guardò almeno per un minuto, e poi gli disse:
“I don’ t speak english, I don’t understand.”
E i tre lo maledirono in francese.
Poi furono fortunati, e un passeggero non abitudinario gli spiegò l’accaduto e loro continuarono a bestemmiare in francese. Avrebbero perso l’aereo. E il ghigno malefico di pelata dorata diventava sempre più prepotente. Rientrarono a Ponte Galera con trenta minuti di ritardo. 
Ci fu il primo stop, entrarono due signore mentre Rado scese. 
“Ce vediamo domani, se arrivate!” disse il serbo.
Teresa per un attimo distolse lo sguardo dal cellulare e gli disse: “Fanculo tu e la Serbia!”
Incollata al telefono Teresa, aspettava il messaggio di Maria, una ragazzina, che frequentava la scuola superiore a Fiumicino e prendeva l’autobus a Parco Leonardo. Quella mattina ogni comunicazione era interrotta. Le avrebbe dovuto dire se fossero presenti i controllori. Alla fine, pensò che non ci fossero e non obliterò il biglietto.
La guardia Costiera leggeva il suo giornale e scambiava qualche parola con la signora Teresa. Era pugliese, e aspettava il trasferimento per Torre dell’Orso, trasferimento che ogni anno gli veniva negato; anche lui malediva tutti e in particolar modo un politico suo conterraneo, un certo Marsini e diceva che era colpa sua, se si trovava a Roma ed era pendolare per Fiumicino. Quella mattina, la matta si avvicinò e gli disse: “Aoh ti lamenti sempre!” fu la prima e ultima volta che la matta disse qualcosa di sensato. 
Arrivati a Parco Leonardo, i passeggeri trovarono i controllori. Multa da cinquanta euro per Teresa. Perfino la matta aveva il biglietto. 
I turisti francesi colsero l’occasione per protestare contro i controllori. 
“We have paid the ticket, but we have lost our plane for Paris” in gruppo gridavano mentre la matta li guardava con interesse. 
Il controllore, accerchiato, cercava di giustificarsi mentre gli altri passeggeri si lamentavano del fatto che l’autobus fosse fermo e avrebbe accumulato altro ritardo. Quella giornata non fu certo gioiosa per i passeggeri Roma-Fiumicino, servizio extraurbano ma per Er moviola sicuramente sì. E per la prima volta sulla fine della Portuense, quasi all’entrata di Fiumicino, sfiorò i cento.

Aniceto Fiorillo


Nato a Cesa nel 1979, dopo la laurea in Lettere, viaggia per l’Italia e per l’Europa sia per piacere ma soprattutto alla ricerca di un qualsiasi lavoro che gli permetta di scrivere senza pensieri: a Brussel, incontra il Pilota e la sua comunità di brasiliani belgi, imparando l’inglese e il francese perché vuol sentirsi cittadino europeo ma il grigio del cielo belga lo rende triste e scappa verso il mare dell’isola di Malta. Qui si imbatte in una dozzina di russi che contrabbandano in diamanti e che decidono di scassarlo (picchiare una persona fino a ridurlo in fin di vita), e mentre tenta di sfuggire agli ex bolscevichi, incontra una bellissima sudtirolese che lo conduce a Bolzano dove si impegna nell’insegnamento e nel cercare di farsi una famiglia con relativa prole. Ma il Signore per lui ha in serbo altri piani! Ritorna a Napoli dove gestisce una libreria, naturalmente abusiva; finché, un giorno, di inverno, e di forte vento, non giunge la Finanza che gli intima di chiudere in blocco l’attività. Non si perde d’animo e con tanta voglia e molti denari sceglie la città di Roma come sua nuova sposa. Qui a Roma conosce la solitudine,il lavoro, l’amore, e poi, il vento lo riporta a Napoli centro. Ora è facile incontrarlo, di mattina, al Caffè del Duomo, prima che vada a scuola.


Autore di Kilometro zero 
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martedì 23 gennaio 2018

Bolle di sapone in montagna.



Il meteo aveva detto che era stata una delle nevicati più forti degli ultimi anni. Ero appena tornato da uno dei miei viaggi di lavoro in Asia e non sentivo mio padre da più di un mese. Dopo la separazione da mia madre aveva deciso di vivere in montagna.  Ero leggermente preoccupato, a causa del maltempo, si erano interrotte tutte le comunicazioni. Papà scendeva in città una volta a settimana per il mercato biologico, viveva da solo  sopra i monti, producendo formaggi.
Avevo provato a chiamarlo diverse volte ma nessuna risposta. Avrei tanto voluto trascorrere Capodanno con lui, sarebbe tornata anche mia sorella Iris che lavorava a Roma.


Decisi di salire su.


Era sceso oltre un metro di neve: tutti gli abeti che accompagnavano la mia salita erano imbiancati, con i rami più bassi, carichi di neve, fino a toccare terra. Il percorso non era breve ci sarebbero volute due ore, mentre il cielo si copriva di nuvole lattiginose e il fiatone si impadroniva del mio corpo. Cominciai la salita, stretta e ripida, che mi avrebbe condotto ai grandi casolari.
La neve cadeva con impeto incessante. I miei passi sempre più profondi in una soffice neve, frattanto le gambe più molli. Arrivò il vento che turbinò i fiocchi prima di farli scendere sul suolo. La temperatura repentinamente si attestò sotto lo zero.
Si stagliavano sull’orizzonte bianco bolle di sapone, che lentamente scendevano dall’alto, non mi era chiaro cosa vi fosse dentro, solo sagome indistinte apparivano ai miei occhi, finchè non  riconobbi  nella prima bolla i miei genitori e nella seconda mia sorella Iris. Ondeggiavano sopra il mio corpo stanco, fino a che la mia vista si nascose nel bianco della neve.
Mi risvegliai in una piccola stube, vidi la sagoma di un uomo che armeggiava vicino alla stufa, e sentii l’odore della polenta che invadeva i luoghi.
L’uomo sentì il fruscio delle  coperte che coprivano il mio corpo infreddolito, e si girò.
“Ehi, allora come va?” mi disse l’uomo di spalle.
Riconobbi la voce.
 “Papà” gli dissi.
E lui si avvicinò con una tazza di the caldo.
“Volevo venire qua, ma la neve ha avuto la meglio”
“Ci sei riuscito! E tua sorella?”mi disse. 

 “Giù a Roma” gli dissi.
Si avvicinò al divano, sedette di fronte a me e parlammo. Ancora non era Capodanno e mia sorella era ancora a Roma, ma ero contentissimo lo stesso.




Aniceto Fiorillo

Nato a Cesa nel 1979, dopo la laurea in Lettere, viaggia per l’Italia e per l’Europa sia per piacere ma soprattutto alla ricerca di un qualsiasi lavoro che gli permetta di scrivere senza pensieri: a Brussel, incontra il Pilota e la sua comunità di brasiliani belgi, imparando l’inglese e il francese perché vuol sentirsi cittadino europeo ma il grigio del cielo belga lo rende triste e scappa verso il mare dell’isola di Malta. Qui si imbatte in una dozzina di russi che contrabbandano in diamanti e che decidono di scassarlo (picchiare una persona fino a ridurlo in fin di vita), e mentre tenta di sfuggire agli ex bolscevichi, incontra una bellissima sudtirolese che lo conduce a Bolzano dove si impegna nell’insegnamento e nel cercare di farsi una famiglia con relativa prole. Ma il Signore per lui ha in serbo altri piani! Ritorna a Napoli dove gestisce una libreria, naturalmente abusiva; finché, un giorno, di inverno, e di forte vento, non giunge la Finanza che gli intima di chiudere in blocco l’attività. Non si perde d’animo e con tanta voglia e molti denari sceglie la città di Roma come sua nuova sposa. Qui a Roma conosce la solitudine,il lavoro, l’amore, e poi, il vento lo riporta a Napoli centro. Ora è facile incontrarlo, di mattina, al Caffè del Duomo, prima che vada a scuola.

Autore di Kilometro zero 
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e dei suddetti Racconti disaccordati.




martedì 19 dicembre 2017

La strana estate di Baldo.





Baldo era di stanza a Brunico, Alto Adige, immerso nelle montagne e in una solitudine, onnivora; talmente onnivora che aveva letto tutti i libri di Celine nonché quelli di Pavese e avevo scoperto Fante. Inoltre, avevo posto un cappio nella sua stanza guardandolo ogni giorno: ma, poi, avevo deciso che la lettura fosse meglio.  Si era dato anche al volontariato, offriva gratis lezioni di italiano ai genitori indiani dei suoi alunni e loro ricambiavano, invitandolo a giocare a cricket e a basket. Baldo tra gli indiani sulle Alpi! Si domandava che c’entrasse con le Alpi e gli indiani, ma il 23 di ogni mese gli arrivava l’accredito della Provincia Autonoma di Bolzano, quanto bastava per non domandarsi più niente e andare avanti! 

Anche se in compagnia degli indiani, e facendo molti progressi più che nel cricket, nel basket, Baldo aspettava solo che le nevi si sciogliessero e che l’anno scolastico terminasse per scappare a casa. Una volta arrivato a casa, aveva un’esageratissima voglia di non fare nulla: il tempo scorreva tranquillamente, andava al mare con il suo amico Renato, ex compagno alle fabbriche Ixfin e attualmente cassaintegrato. Si andava a Calimera beach, tre euro e 50 il  lettino,  80 centesimi il caffè freddo, e si ascoltava musica reggae grazie al proprietario dello stabilimento balneare che aveva trascorso gli ultimi dieci anni della sua vita poco gloriosa in Giamaica, portando in eredità il nuovo reggae agli italiani. Insieme al placido Renato, Baldo conobbe due ragazze, una che si doveva sposare, dopo dieci anni di fidanzamento e non si era sposata, e poi un’altra signorina, aspirante attrice; circondato, assediato da vari esaurimenti nevrotici, Baldo si addormentava sulla battigia con il suono dolce della bonaccia della fine di giugno per dimenticare il contesto poco benevole.

Il 18 luglio la pace estiva terminò.

La madre di Baldo vide che il vicino di casa, salendo su una scala di legno, si accingeva a forare il cemento per preparare l’impalcatura di ferro, senza licenza; tanto da loro ognuno si sveglia e dice: “Oggi comando, io”. 

La madre riferì al padre dell’accaduto, e ben presto Baldo capì che in Sicilia ci sarebbe andato forse, sperando, il prossimo anno; in aggiunta durante l’estate non erano previsti né campionati del Mondo e né europei di calcio; i presagi non lo assicuravano sarebbe stata un’estate poco fausta.

I dirimpettai, essendo degli imprenditori edili, riuscirono in poche ore ad attrezzare il necessario per la realizzazione del balcone. Loro, il padre e il figlio, fuori a gigioneggiare mentre tre operai sudamericani di Montevideo a sudare sotto una calura estiva che alle 7.30 già rasentava i 33 gradi.

Il giorno seguente la madre lo svegliò verso le 7.00 e gli disse: “Affacciati un po’ fuori!” Baldo, affacciandosi, vide otto ruote bucate e quattro vetri frantumati; di notte avevano colpito: erano intenzionati a stordirli, e a ribadire se mai vi fosse bisogno che Baldo e i suoi genitori all’ interno del vico contavano quasi zero. Baldo, sognando e mangiando una polacca( dolce tipico aversano), magra consolazione estiva, chiamò Massimino, pittore tutto fare, che arrivò a casa con la sua Megane decappottabile. I vicini di casa, spiando da una piccola finestra, oltre a capire che per loro le cose non sarebbero andate per il meglio, ebbero anche il problema pratico che la signora Giacomina, con la testa modello Zoppas che si ritrovava, si incastrò nella finestrina, e la figlia, Mariona, accorsa, ebbe il suo da fare per liberare la madre.  I vicini erano in combutta con i vigili urbani, i quali, quando Baldo e Massimino si recarono al comando, non si fecero trovare. Al secondo tentativo i nostri eroi decisero di andare direttamente a casa del comandante e nel momento in cui il comandante vide Massimino, capì bene che doveva fare poco lo stronzo; infatti, si recò dai dirimpettai e fermò i lavori. 

In realtà, si trattò solo di una semplice tregua perché dalle parti di Baldo che per fortuna e/o per sfortuna sono diverse dal Sudtirolo, la gente è dura come il coccio; le provarono tutte per un balcone: architetti, dottori, sindaci finché non si arrivò alla camorra. Un giorno, i genitori di Baldo vennero chiamati dal capozona del paese; il quale, a detta dei suoi genitori, si dimostrò molto gentile. Il boss già aveva deciso che il balcone si dovesse fare tanto gli stupidoni dei vicini di Baldo gli avrebbero realizzato l’intonaco della nuova casa, gratis; per calcolare la coglionaggine di certi individui bisognerebbe inventare un cogliono-metro e così capireste di che cosa si parli . Sicuri dell’appoggio del capozona, incuranti delle regole, e del rispetto salirono di nuovo sull’impalcatura. 

Baldo, ormai stufo, si rivolse di nuovo a Massimino e così, conobbe lo zingaro e la sua banda. Lo zingaro apparteneva a una famiglia molto potente di Casale di Marmo, specializzata in recuperi crediti e non so se rendo bene l’idea con l'espressione recupero credito; questi erano il gruppo di fuoco del clan, venivano e  se non pagavi, a farti pagare ci pensavano loro e con i loro modi: se non saldavi era facile che andavi all’ospedale, anzi togliendo pure l’aggettivo facile, andavi all’ospedale e ci rimanevi anche per un bel po’. 

Andarono in una sera d’estate in cui si respirava male, e si sudava tantissimo, i condizionatori stessi erano in deficit di refrigerio. Il gitano fumava di continuo e parlava, sebbene non si capisse cosa dicesse; di tanto in tanto interveniva la moglie, che,  per sommi capi, traduceva. Lo zingaro era sulla trentina, ed era scuro di pelle come una panetta di hashish marocchino, Massimino che gli era abbastanza amico lo introdusse nella situazione e lui gli rispose: “Qual è il problema? Gli facciamo smontare tutto”.  Lo zingaro, rispettando i codici camorristici, era andato a parlare prima con il capozona, il quale aveva assicurato che l’impalcatura si sarebbe smontata perché i confinanti di Baldo avevano sbagliato e si erano comportati da maleducati. Passavano i giorni, ma nulla, l’impalcatura non si smontava, e noi ci innervosivamo ma neanche il gitano la prendeva bene, al di là di tutto, si vedeva preso in giro e ciò non gli andava proprio giù.  

Passammo molte giornate estive sul terrazzo dello zingaro, cercando di trovare una situazione al problema, e la calura estiva veniva abbattuta dalle limonate ghiacciate della moglie che erano uno spettacolo puro, unica consolazione con la polacca   dell’estate strana di Baldo. Lo zingaro arrivò alla conclusione: al padre che si crede un grande imprenditore, gli bruciamo il capannone, al figlio che si atteggia a mamma santissima, gli spariamo nelle gambe.

Oddio, Baldo avrebbe voluto che smontassero l’impalcatura e che non facessero il balcone ma spararli, era  troppo esagerato!

Si risolse con una rapina da 15 mila euro che fu realizzata proprio fuori dal capannone: i malviventi scesero dalla macchina e posizionarono contro il figlio una bella nove millimetri, e si fecero consegnare il malloppo, ossia le paghe degli operai. Il balcone non fu realizzato, anche se i dirimpettai non vollero smontare l’impalcatura. Vi diranno tante cose sul Sud, la giustizia, la speranza…. tutte delle gran vaccate!  Abbassi la testa solo quando vedi che l’altro ti può fare un sedere quanto un appartamento di 200 metri quadri. E sapete dov' è la fregatura? L’appartamento di 200 metri non lo puoi nemmeno affittare!


Aniceto Fiorillo

Nato a Cesa nel 1979, dopo la laurea in Lettere, viaggia per l’Italia e per l’Europa sia per piacere ma soprattutto alla ricerca di un qualsiasi lavoro che gli permetta di scrivere senza pensieri: a Brussel, incontra il Pilota e la sua comunità di brasiliani belgi, imparando l’inglese e il francese perché vuol sentirsi cittadino europeo ma il grigio del cielo belga lo rende triste e scappa verso il mare dell’isola di Malta. Qui si imbatte in una dozzina di russi che contrabbandano in diamanti e che decidono di scassarlo (picchiare una persona fino a ridurlo in fin di vita), e mentre tenta di sfuggire agli ex bolscevichi, incontra una bellissima sudtirolese che lo conduce a Bolzano dove si impegna nell’insegnamento e nel cercare di farsi una famiglia con relativa prole. Ma il Signore per lui ha in serbo altri piani! Ritorna a Napoli dove gestisce una libreria, naturalmente abusiva; finché, un giorno, di inverno, e di forte vento, non giunge la Finanza che gli intima di chiudere in blocco l’attività. Non si perde d’animo e con tanta voglia e molti denari sceglie la città di Roma come sua nuova sposa. Qui a Roma conosce la solitudine,il lavoro, l’amore, e poi, il vento lo riporta a Napoli centro. Ora è facile incontrarlo, di mattina, al Caffè del Duomo, prima che vada a scuola.



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sabato 18 novembre 2017

Lungo le rive del Mincio.










Il cambio turno avveniva tra le 6.50 e le 7.00, quello sarebbe stato il momento opportuno, pensò lui. All’inizio Susanna non era d’accordo, diceva che sarebbero stati scoperti e Daniele per una settimana non le avrebbe fatto vedere la tv.
Valerio le rispondeva che quella mezza giornata di libertà avrebbe avuto un valore maggiore, avrebbero passeggiato lungo le rive del Mincio, sarebbe stata una mattinata romantica. Al suono di quel romantico Susanna si era convinta, aveva fatto cadere le sue ultime resistenze. Si erano promessi che si sarebbero incontrati l’indomani alle 6.55, in portineria non ci sarebbe stato nessuno.
Il cielo era splendente, e gli ultimi respiri di un’estate calda si erano riversati con dolcezza su quegli inizi di settembre; Valerio si era ben rasato, bagnandosi di Acqua di Colonia di Parma, un giovincello di settantacinque anni a cui ancora brillavano gli occhi alla vista di Susanna che, con un foulard azzurro in tinta con i suoi occhi color mare, si mostrava semplicemente divina. Invisibili ai tanti, si avviarono mano nella mano verso piazza San Calisto. Presero la linea 37 che li avrebbe lasciati sul lungo fiume. Arrivati su una gran terrazza, ordinarono due croissant alla crema e dei caffè macchiati. Intanto nella casa di riposo i responsabili stavano andando ai matti, Valerio e Susanna erano spariti.  Fu allertata la polizia, e per la città di Mantova si diede inizio alla caccia dei fuggiaschi. I due, circondati da canneti e cipressi, e incurati del mondo attorno, si avviavano per i lunghi ciottoli scuri, raccontandosi di viaggi che avrebbero fatto, e di nuovi posti che avrebbero amato. E Valerio disse che la loro prima meta sarebbe stata Milano, il luogo dove risiedeva l’unico figlio con la sua famiglia, avrebbe presentato Susanna ai suoi parenti più cari e Susanna appoggiò lentamente la sua testa sulle spalle larghe e robuste di Valerio, lei invece non aveva nessuno, solo Valerio.
Inaspettatamente, con il lento movimento di banchi di nuvole, spuntò la sagoma di Daniele che, faticosamente, si asciugava la fronte  zeppa di sudore, in compagnia di due gendarmi; il sole fu coperto, gli uccelli, atterriti, viaggiarono verso un limpido orizzonte e Susanna disse: “Ora ci puniranno”
“Non ti preoccupare, ci penso io - disse Valerio,  e poi aggiunse, accarezzandole il viso, -  siamo stati felici”  Susanna si rasserenò, e si avviarono verso Daniele.


Aniceto Fiorillo

Nato a Cesa nel 1979, dopo la laurea in Lettere, viaggia per l’Italia e per l’Europa sia per piacere ma soprattutto alla ricerca di un qualsiasi lavoro che gli permetta di scrivere senza pensieri: a Brussel, incontra il Pilota e la sua comunità di brasiliani belgi, imparando l’inglese e il francese perché vuol sentirsi cittadino europeo ma il grigio del cielo belga lo rende triste e scappa verso il mare dell’isola di Malta. Qui si imbatte in una dozzina di russi che contrabbandano in diamanti e che decidono di scassarlo (picchiare una persona fino a ridurlo in fin di vita), e mentre tenta di sfuggire agli ex bolscevichi, incontra una bellissima sudtirolese che lo conduce a Bolzano dove si impegna nell’insegnamento e nel cercare di farsi una famiglia con relativa prole. Ma il Signore per lui ha in serbo altri piani! Ritorna a Napoli dove gestisce una libreria, naturalmente abusiva; finché, un giorno, di inverno, e di forte vento, non giunge la Finanza che gli intima di chiudere in blocco l’attività. Non si perde d’animo e con tanta voglia e molti denari sceglie la città di Roma come sua nuova sposa. Qui a Roma conosce la solitudine,il lavoro, l’amore, e poi, il vento lo riporta a Napoli centro. Ora è facile incontrarlo, di mattina, al Caffè del Duomo, prima che vada a scuola.


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sabato 23 settembre 2017

La favola della signora Cloe



Anche quella mattina con buon passo si avviava verso la scuola dove aveva preso servizio come supplente. Calzava delle ballerine rosse, e indossava un abito floreale lungo. I primi di settembre si erano affacciati, ed era arrivata la giornata della presentazione ai genitori.
All’interno dell’aula magna gremita, le parole ritritate della dirigente scolastica sembravano pianti algerini;  Cloe aveva appoggiato la testa al pilone principale, ormai da tempo i suoi pensieri la stancavano, e sognò per pochi attimi di mondi pieni di colori finchè una voce forte l’ancorò, di nuovo, alla realtà.
“Ehi, Cloe tocca a te” le disse la prof. di musica, -  toccandole dolcemente il braccio, - devi presentarti ai genitori”.
Ritorno in sé, e anche lei con le solite parole ritritate si autopresentò.

Nel tragitto di ritorno, oltrepassando la passerella di legno azzurro che collega le due parti del paese, Cloe aveva preso a insultare il destino fino a quando non aveva sprecato tutto il suo fiato. Al destino la signora Cloe rimproverava la sua condizione di precaria e di donna sola, ma poi, si fermava, alzava lo sguardo verso il cielo e ringraziava il signore per essere in compagnia della sua dolce Melissa. Proprio quando aveva sprecato tutto il suo fiato, le arrivò una telefonata: era la scuola primaria frequentata da Melissa.
“Signora venga subito, Melissa non vuole tornare in classe, ha disegnato un libro azzurro, e poi lei che scrive su questo libro”.
Il libro azzurro era il libro magico, con il quale Melissa comunicava con il mondo, a ogni cosa erano associate delle immagini attraverso cui la bambina si interfacciava con gli altri.
Subito, si diresse a casa, prese con furia il libro azzurro, e in meno di tre minuti, toccando, lievemente, il manto stradale con le punte delle sue ballerine rosse, arrivò a scuola. La bambina non appena vide il libro azzurro, saltellò dalla felicità, emettendo suoni onomatopeici, simili a quelli dei bambini che ancora non sono padroni delle parole.
E Cloe andò via, di nuovo, nel tragitto verso casa riprese a insultare il destino fintantoché non venne toccata da un braccio amico, Daniele, il postino di Fregene, dove Cloe ormai da anni dimorava. Le consegnò una raccomandata, la signora firmò, e prese a leggere. Proveniva da Lecce. Era tempo che più nulla le arrivava da quel posto. I suoi cari erano passati a miglior vita, e suo fratello si trovava in Islanda a condurre esperimenti sulla fauna marina.
La lettera diceva che si sarebbe dovuta presentare alle 19.00 del 16.09. 2017 a Lecce presso lo studio del notaio De Tullio.

Decise di preparare una cioccolata, anche se il tempo ancora non permetteva, la situazione lo prevedeva.  Dal frigo giallo prese del latte scremato e una ciotola, di color arancione, ci mise il latte, il cacao, un po’ d’amido e mescolò. Accese il fuoco molto basso,  il buon odore prima si impadronì dell’abitazione, e in seconda battuta delle strade e dei bambini che ritornavano da scuola.
I bambini corsero e gridarono: “La signora Cloe sta preparando la cioccolata!”
Entrarono in casa, si sedettero sui sgabelli rossi, e appoggiarono le mani sul tavolo bianco. Mentre Cloe versava la cioccolata e poi, arrivò Melissa, e i bambini gridarono: c’è Melissa. Melissa riprese a saltellare e la signora Cloe a sorridere. Cloe si sedette sulla grande sedia a dondolo, e pian, pian, dondolò con i suoi pensieri.

Partì di mattino: erano ormai anni che la signora Cloe non tornava in Puglia. Aveva dimenticato il sapore del caffè in ghiaccio con latte di mandorla, l’azzurro del mare e il bianco splendente della pietra pugliese con cui erano realizzati i palazzi del centro storico, anche se erano altri i pensieri che si attorcigliavano nella mente della signora Cloe, mentre il treno viaggiava, accarezzando i binari.
Il sole ormai stava per abbassarsi, quando  Cloe entrò nello studio del notaio Di Tullio. Il notaio non era bello, nemmeno giovane, e a dirla tutta, anche un po’ ingobbito, avrebbe raggiunto a breve la veneranda età di ottanta anni. La sua voce debolissima diceva che Cloe aveva ricevuto un lascito di un milione di euro, più una villa nei pressi della città di Goteborg, in Svezia.
“È stato il signor Davide di Nuzzo, a lasciarle tali somme, lo conoscete?” disse il notaio.
Gli occhi della signora Cloe si rivolsero in alto e proiettarono sul soffitto la sua vita con Davide. Erano stati fidanzati ben quattro anni, e si erano amati tra il cielo azzurro, e i paesaggi arsi del Salento, finché la signora Cloe non era partita per studiare all'università di Roma. Si erano promessi di vedersi, sempre; ma le promesse possono essere spazzate anche dai venti caldi, e lo scirocco li allontanò per sempre.
Davide, per uccidere la delusione, si era recato in Svezia e aveva importato il pasticciotto leccese in tale terra, in breve aveva creato una grande fortuna. Purtroppo a tal fortuna negli affari non corrispose la stessa fortuna in amore, e il signore Di Nuzzo non si sposò mai. Morto in un incidente stradale, Davide aveva lasciato tutto alla signora Cloe.
“Allora, signora cosa fa?” - la voce del notaio aveva preso forza - “Sogna? Lo conosce?"
“Sì, certamente” disse Cloe.
“Il signore Davide ha posto delle condizioni, la prima dovete occuparvi di un cane, la seconda che per almeno per tre anni dovete vivere in Svezia, nell’ abitazione dove la bestiola è cresciuta. Eccola!”
Il notaio aprì lentamente la porta che si trovava dietro la sua scrivania, e il cucciolone avanzò con fragore. Si trattava di un esemplare da montagna dei Pirenei, di colore bianco.
“Come si chiama?” disse Cloe.
“Si chiama come lei, Cloe.”
Cloe firmò, e alcune lacrime bagnarono i fogli, e pensò che avrebbe preparto altre cioccolate in altri luoghi e altri bambini le avrebbero assaggiate e poi, avrebbero giocato con la sua Melissa.


Aniceto Fiorillo

Nato a Cesa nel 1979, dopo la laurea in Lettere, viaggia per l’Italia e per l’Europa sia per piacere ma soprattutto alla ricerca di un qualsiasi lavoro che gli permetta di scrivere senza pensieri: a Brussel, incontra il Pilota e la sua comunità di brasiliani belgi, imparando l’inglese e il francese perché vuol sentirsi cittadino europeo ma il grigio del cielo belga lo rende triste e scappa verso il mare dell’isola di Malta. Qui si imbatte in una dozzina di russi che contrabbandano in diamanti e che decidono di scassarlo (picchiare una persona fino a ridurlo in fin di vita), e mentre tenta di sfuggire agli ex bolscevichi, incontra una bellissima sudtirolese che lo conduce a Bolzano dove si impegna nell’insegnamento e nel cercare di farsi una famiglia con relativa prole. Ma il Signore per lui ha in serbo altri piani! Ritorna a Napoli dove gestisce una libreria, naturalmente abusiva; finché, un giorno, di inverno, e di forte vento, non giunge la Finanza che gli intima di chiudere in blocco l’attività. Non si perde d’animo e con tanta voglia e molti denari sceglie la città di Roma come sua nuova sposa. Qui a Roma conosce la solitudine,il lavoro, l’amore, e poi, il vento lo riporta a Napoli centro. Ora è facile incontrarlo, di mattina, al Caffè del Duomo, prima che vada a scuola.


Autore di Kilometro zero 
https://www.amazon.it/Kilometro-Zero-Aniceto-Fiorillo-ebook/dp/B01N8XRSM9
e dei suddetti Racconti disaccordati.


Cappuccino





Di anni Francesco ne aveva ventitré, quando lo conobbi; quando fu abbandonato appena quindici e ancora non era stato soprannominato Cappuccino, con il tempo avrebbe meritato questo appellativo.

Aveva terminato le scuole medie e si apprestava a cercare un lavoro, quando il padre consunto dal cancro morì; fu un colpo durissimo per il ragazzo ma anche con la morte nel cuore e con il pianto silenzioso dell’animo andò avanti, e nei suoi occhi incominciò a splendere la luce del dolore ma con gli stessi occhi cercò di trovare nuovi luoghi, dove poter andare.

La madre scappò di sera, in compagnia di un cielo stellato degli inizi di luglio, mentre Cappuccino osservava le stesse stelle, piangendo. Si dice che fosse scappata con un algerino, scappata con poca speranza alla ricerca di non so che cosa; non si vide più al paese, nemmeno Cappuccino ebbe più notizie. E Cappuccino incominciò a vagare, abbandonato e  solo.

Dormiva dove gli capitava, soldi non ne aveva, di lavoro non voleva saperne. Si diceva che dormisse al cimitero sulla tomba del padre, ricoperto dalle foglie cadenti di un novembre inoltrato; mangiava poco, mangiava ciò che le persone gli offrivano. E poi, fu sorpreso a rubare: mandato al carcere minorile,  incominciò un nuovo percorso con nuovi amici. Seguì dei corsi da barman e capii che, se voleva trovare fortuna, doveva impegnarsi e il ragazzo si impegnò.


Scontata la pena e compiuta la maggiore età,  scappò in Inghilterra, in cerca di nuova vita.


Aniceto Fiorillo



Autore di Kilometro zero
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 e dei suddetti Racconti disaccordati.

Nato a Cesa nel 1979, dopo la laurea in Lettere, viaggia per l’Italia e per l’Europa sia per piacere ma soprattutto alla ricerca di un qualsiasi lavoro che gli permetta di scrivere senza pensieri: a Brussel, incontra il Pilota e la sua comunità di brasiliani belgi, imparando l’inglese e il francese perché vuol sentirsi cittadino europeo ma il grigio del cielo belga lo rende triste e scappa verso il mare dell’isola di Malta. Qui si imbatte in una dozzina di russi che contrabbandano in diamanti e che decidono di scassarlo (picchiare una persona fino a ridurlo in fin di vita), e mentre tenta di sfuggire agli ex bolscevichi, incontra una bellissima sudtirolese che lo conduce a Bolzano dove si impegna nell’insegnamento e nel cercare di farsi una famiglia con relativa prole. Ma il Signore per lui ha in serbo altri piani! Ritorna a Napoli dove gestisce una libreria, naturalmente abusiva; finché, un giorno, di inverno, e di forte vento, non giunge la Finanza che gli intima di chiudere in blocco l’attività. Non si perde d’animo e con tanta voglia e molti denari sceglie la città di Roma come sua nuova sposa. Qui a Roma conosce la solitudine,il lavoro, l’amore, e poi, il vento lo riporta a Napoli centro. Ora è facile incontrarlo, di mattina, al Caffè del Duomo, prima che vada a scuola.

- La signora Nunzia racconta il Signore Antimo -

  Era il 1990 e si svolgevano i mondiali di calcio in Italia, e io ero innamorato degli azzurri. In quel periodo dormivo a casa di mia nonna...

Italia vs Albania