Rafat
aveva circa quaranta anni, musulmano non praticante e al Caffè belga
conosceva un po’ tutti. Si faceva chiamare il Senatur di
Ixselles per i suoi numerosi anni trascorsi da emigrante in
territorio belga. Era arrivato dal Bangladesh nel lontano 1989, con
la speranza di laurearsi in legge presso l’università di Leuven ma
la speranza presto si trasformò in pura illusione e i libri furono
sostituiti da grossi bicchieroni di Birra Maes. Nei giorni
lavorativi il Caffè Belga, in Piazza Flagey, era frequentato da chi
cercava lavoro o da chi sfruttava lo chaumage messo a
disposizione dal generoso e assistenziale stato belga. Vi erano i
bengalesi con i loro ristoranti, i polacchi con le loro imprese di
costruzioni, gli italiani con le loro lauree e gli spagnoli, non mi
ricordo bene con che cosa ma c'erano anche loro!
Verso
le dodici (a.m) si presentò Rafat, accompagnato da una figura amica,
si sedettero. Rafat non era alto, di carnagione olivastra, da lontano
mi fece segno di accomodarmi al suo tavolo e andai. Ordinarono tre
Maes, due per loro e una per me. All’inizio della mia permanenza in
Belgio il problema principale che dovetti affrontare fu quello della
comunicazione, del francese non avevo la più pallida idea e il mio
inglese era davvero bad. Con il Senatur, più o meno,
utilizzando il mio cattivo inglese riuscivo ad avere uno scambio di
idee che mi portò a capire che quella figura amica era Jose Ina
Blanco, spagnolo trapiantato in Belgio da oltre venti anni.
Lo
spagnolo che aveva una forte somiglianza con Homer Simpson, portava
degli occhialetti alla Gramsci, ed era sposato con una belga. Mi
raccontò che la sua donna era un'insegnante di spagnolo, e altro!
“Sono
un imprenditore edile, il mio obiettivo, fare più soldi dei
polacchi, quelli fanno soldi a buttare con l'imprese di costruzioni
- deglutiva un attimo e riattaccava - e che sono meglio di me? -
ri-tracannava la sua Maes - non sono meglio di me!” concluse lo
spagnolo.
Antimo,
un nostro comune amico, italiano, aveva comprato un piccolo
appartamentino a Montgomery, e aveva affidato i lavori a Jose;
passati i primi trenta cinque gironi, l'italiano nel trilocale aveva
trovato solo macerie: l’impianto elettrico non funzionante, il
parquet rialzato; una baraonda e il caro Jose in breve tempo fu
sollevato dall’incarico.
Oltre
a esser un imprenditore edile di ampie prospettive, Blanco amava bere
Maes, nonché perdere tempo al Caffè Belga ed essere presente ad
ogni festa. Le feste di Brussels erano tra gli eventi più carini
che la città potesse offrire, se eri fortunato e avevi i giusti
agganci potevi festeggiare ogni giorno della settimana, praticamente
io, Rafat e Jose eravamo sempre impegnati. Il lunedì si andava
all'Heysel dove era folta la comunità bengalese, le loro feste si
contendevano con quelle dei brasiliani la palma della più bella. I
festini bengalesi erano strutturati nel modo seguente: l’apertura
era riservata a un anziano della comunità e ciò denota come la
bengalese fosse una società di tipo patriarcale. Durante il discorso
dell’anziano regnava un silenzio tombale, interrotto solo da Rafat
che diffondeva volantini illustranti le attività culturali, gli
obiettivi che la comunità si impegnava a raggiungere. Il Senatur era
orgogliosissimo di stare tra la sua gente e di occuparsi della difesa
dei diritti dei bengalesi in Belgio. Alla fine del discorso si
aprivano le danze e di solito andava si avanti fino alle tre del
mattino anche se gli irriducibili ed io, Jose, Rafat ne facevamo
parte, duravamo come pile Duracel fino alle cinque, tanto il giorno
seguente, massimo, si andava all'ufficio per firmare lo chaumage! In
uno di questi festini mentre ballavo con Rashida, una ragazza della
regione di Dacca, bella e abbondante di fianchi, si avvicinò il
Senatur e mi disse: “Aniceto, mi candido alle elezioni comunali!”
Gli
risposi: “Quello che vuoi!” e ripresi ad abbracciare la mia
bengalese.
Assorbita
la serata e la relativa sbornia, mi resi conto che davvero si sarebbe
candidato alle elezioni comunali con Life che era nato nel lontano
1996 per difendere i diritti dei Bengalesi in Belgio, anche se sotto
la regia di Rafat, il partito aveva tentato di allargare i suoi
orizzonti, offrendo assistenza a tutti gli emigranti, senza nessuna
distinzione di continente, di colori e di regolarità.
“Polacchi,
italiani, spagnoli, norvegesi, persone di ogni dove”
era l’apertura del comizio elettorale.
Il
Senatur di Ixselles, tra il serio e il faceto, aveva organizzato
anche un piano marketing, così sintetizzabile: quattrocento voti, il
numero sufficiente per entrare nell’amministrazione comunale di
Ixselles; mentre il programma politico prevedeva aumento del 15%
del vitalizio di disoccupazione per ogni emigrante regolarizzato.
Secondo punto, diminuzione del 20% del costo degli asili nidi.
Infine, il fiore all’occhiello del programma: provvedere al
pagamento di duemila euro alle famiglie per ogni bambino messo al
mondo.
La
base logistica delle riunioni fu la struttura polivalente all'Heysel
che finì d'essere polivalente per diventare esclusivamente comitato
politico pro Rafat. Lì erano preparati i discorsi, i piani d’azione,
il materiale propagandistico. Con il tempo le numerose feste furono
sostituite da numerosi comizi che si svolgevano a Ixselles, ed erano
diretti ai numerosi stranieri. Durante il periodo pre-elezioni
decise di smettere di bere, andava in giro con il vestito elegante, e
con ognuno si spendeva nell’illustrare i suoi progetti. Rafat
pensava che tutti gli fossero amici, lui baciava e salutava tutti ma
la realtà è una cosa estremamente differente. Venne il giorno
delle votazioni, e il Senatur divenne più nero del solito. Esito
delle votazioni: Rafat 38 voti.
Non
cambiò molto nella vita di Rafat, ricominciò solo a bere. Tra
feste, cene e comizi elettorali, guadagnai sempre di più la fiducia
di Rafat che incominciò a spogliarsi delle sua intimità. Il Senatur
era sposato con una donna belga, in molti dicevano che quel suo
matrimonio appartenesse a quel genere di unione in cui, io,
sposandomi ottengo la cittadinanza belga e tutti i diritti connessi e
tu, donna, ottieni un marito per passare il resto della tua vita. Non
so se per Rafat fu così.
Un
giorno, Rafat mi pregò di seguirlo perché voleva presentarmi la sua
famiglia. All’inizio io esitai ma lui insistette così tanto che
fui costretto a cedere. Il tragitto non fu lungo, ci vollero dieci
minuti per raggiungere Rue de Castrò. Il palazzo dove abitava Rafat
non prometteva niente di buono, anzi. Salimmo le scale, la confusione
era totale: bici in disuso, pacchi, giornali e un fetore da far
vomitare un maiale. Dopo aver attraversato quella sorta di labirinto,
giungemmo al terzo piano: si sentiva echeggiare un'accattivante
melodia di qualche compositore di cui, a causa delle mie scarse
nozioni musicali, non vi saprei dire il nome. Entrammo nella stanza
di ingresso che contemporaneamente era sala da pranzo + salotto, un
unico ambiente barocco. Entrato nell’appartamento mi trovai di
fronte un letto-matrimoniale-divano che era incastrato sotto un
armadio, sul lato sinistro vi erano mille duecentocinquanta cose
posizionate senza un ordine ben definito e un balcone che affacciava
su Piazza Flagey.
La
prima persona che vidi fu Cristofer, un ragazzo dagli atteggiamenti
effeminati che preparava un'insalatina. Era alto, e con i capelli
sparati verso l'alto e poi i miei occhi si appoggiarono su Nenè,
settata anni, truccata peggio di una ragazzina di sedici e portava
due orecchini talmente pesanti che rendevano i suoi orecchi simili a
un elastico che prendeva una forma diversa a secondo dei pesi a cui
era sottoposto, infine, Benedette che era la moglie belga di Rafat;
ad occhio avrebbe potuto avere circa 50 anni portati mali, e due
occhiali spessi con capelli lunghi e sporchi. Quella atmosfera di
quiete, aleggiante nell’appartamento, fu di colpo squarciata dal
grido di Benedette che in preda a un attacco di ira si scagliò
contro Rafat, reo di essere arrivato in ritardo alla cena della
domenica. L’ attacco non si limitò alle grida ma fu accompagnato
da violenti schiaffi e sputi, Rafat colpito nella dignità, si
sedette e non seppe trattenere le lacrime; si rivolse a Nenè che si
faceva compagnia con una bottiglia di vino rosso, e le disse, “la
vedi come si comporta?”, la vecchietta chinò la testa come
segno di assenso e lo invitò a bere mentre Benedetta continuava
nelle sue performances di musiche e di insulti.
Dopo
la cena gustai con Rafat un vero espresso al Bar Sicilia, poco
lontano da Piazza Flagey. Lì conobbi la doppia vita del bengalese.
Il motivo per cui Benedette si infuriò non fu tanto determinato dal
fatto che Rafat fosse arrivato in ritardo alla cena della domenica ma
era dovuto all’imminente viaggio del Senatur in Bangladesh.
Sarebbe dovuto ritornare a casa, lì aveva due bambine: mi mostrò le
loro foto e nei loro occhi si intravedeva la stessa gioia che Rafat
possedeva nei suoi. Rafat era il figlio di un politico molto
influente, il padre era stato per molti anni governatore della
regione di Dacca ma la stabilità economica e politica di quel paese
era ed è un optional, guerre fratricide erano all’ordine del
giorno, e Rafat, entrato nell’occhio del ciclone di alcuni
rivoluzionari, causa la sua veloce ascesa politica, fu costretto ad
abbandonare la sua vita per trasferirsi in Belgio. Benedetta
sapeva tutto. Benedette si era sentita ferita nel suo orgoglio di
donna che era costretta a dividere il suo amore con un’altra, con
la paura di perderlo per sempre. Sapeva che nel cuore del Senatur vi
era il suo mondo, le sue due bambine, il suo Bangladesh e a volte non
riusciva proprio ad accettarlo. Ci vollero sette mesi per rivedere il
Senatur in Belgio.
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Arrivato
in Bangladesh, gli dissero che avrebbe dovuto recarsi in ospedale,
Suami, la figlia più piccola, era stata ferita in un conflitto a
fuoco, in un insulso conflitto che ogni giorno anima le strade del
Bangladesh. Lì trovò la moglie, l'altra bambina e il restante della
famiglia. Era stata colpita da due colpi di arma da fuoco. I medici
sentenziarono che sarebbe vissuta dieci giorni. Durante quei giorni
non mancarono le discussioni tra Rafat e sua moglie. La moglie lo
accusava di essersi dimenticato di lei, delle sue figlie, del suo
mondo. Rafat accusava i colpi, ormai era diventato un abile
incassatore, lasciò perdere, e si concentrò solo sulla piccola.
Suami e Rafat erano separati da un vetro: non poteva toccarla, poteva
solo vederla. Il Senatur non toccò né cibo e né acqua, non parlò
con nessuno. In cuor suo si sentiva colpevole, di non aver potuto
vedere la figlia crescere, di non averla potuta salvare. Suami morì
al nono giorno. Era stata ammazzata, durante un giorno normale, in
una strada normale, mentre si recava in una scuola normale, ma la
normalità non le apparteneva.
Quando
rividi Rafat in Belgio, ritrovai una persona consunta dal
dolore. I suoi occhi che, un tempo, diffondevano gioia, ora
trasmettevano una ferocia tristezza. Ci rincontrammo al Caffè belga,
si sedette e mi raccontò del suo viaggio in Bangladesh. Mi raccontò
di aver diviso l’eredità paterna con i fratelli, e che a lui era
toccata una bella fetta tanto da poter vivere di rendita!
All’improvviso arrestò le sue parole, si fermò come se fosse
stordito: alzò la testa, mi guardò negli occhi e decise di
raccontare ciò che, poco anzi, ho scritto. Quella fu l’ultima
volta che lo vidi. Mesi dopo, venni a sapere che Rafat si era
impiccato nella sede del partito Life, dopo essersi ubriacato di
Maes.
Nato a Cesa nel 1979, dopo la
laurea in Lettere, viaggia per l’Italia e per l’Europa sia per
piacere ma soprattutto alla ricerca di un qualsiasi lavoro che gli
permetta di scrivere senza pensieri: a Brussel, incontra il Pilota e
la sua comunità di brasiliani belgi, imparando l’inglese e il
francese perché vuol sentirsi cittadino europeo ma il grigio del
cielo belga lo rende triste e scappa verso il mare dell’isola di
Malta. Qui si imbatte in una dozzina di russi che contrabbandano in
diamanti e che decidono di scassarlo (picchiare una persona fino a
ridurlo in fin di vita), e mentre tenta di sfuggire agli ex
bolscevichi, incontra una bellissima sudtirolese che lo conduce a
Bolzano dove si impegna nell’insegnamento e nel cercare di farsi
una famiglia con relativa prole. Ma il Signore per lui ha in serbo
altri piani! Ritorna a Napoli dove gestisce una libreria,
naturalmente abusiva; finché, un giorno, di inverno, e di forte
vento, non giunge la Finanza che gli intima di chiudere in blocco
l’attività. Non si perde d’animo e con tanta voglia e molti
denari sceglie la città di Roma come sua nuova sposa. Qui a Roma
conosce la solitudine,il lavoro, l’amore, e poi, il vento lo
riporta a Napoli centro. Ora è facile incontrarlo, di mattina, al
Caffè del Duomo, prima che vada a scuola.